A chi mi chiede perché faccio volontariato, rispondo sempre: per dare una mano.

Semplicemente e modestamente, senza pretese di salvare il mondo o di risolvere problemi epocali. Dare una mano è alla portata di tutti, anche alla mia, e io ho scelto, per il mio piccolo volontariato, l’ambito in cui mi muovo meglio, l’insegnamento della lingua italiana a chi arriva da altri paesi. Finora mi ero spesa solo per gli adulti, persone che arrivano da paesi lontani spesso in quei modi fortunosi che tutti conosciamo; persone di tutti i generi, dai laureati che parlano un perfetto inglese, agli analfabeti che per la prima volta provano a scrivere il loro nome. Non si salva il mondo, di certo, ma qualcosa si può fare, per rendergli più facile la vita in un paese sconosciuto, a volte ostile.

Ma i bambini che partecipano ai pomeriggi di Casa Italia-Cina hanno rappresentato una nuova sfida: molti di loro sono nati in Italia, vanno a scuola in Italia, fanno sport in Italia, e sono oberati, come tutti i bambini, italiani e no, di molti, a volte troppi impegni. E la risposta alla domanda su come fare ad aiutarli a comunicare meglio con i loro compagni e, in prospettiva, come inserirsi meglio in un mondo radicalmente diverso da quello dove sono cresciuti i loro genitori, è stata: il gioco. Nel dipanarsi del gioco si possono rafforzare le nozioni che imparano a scuola, e sciogliere tutti quei nodi di cui è piena la lingua italiana, le “a” con l’acca e senz’acca, le doppie, e le parole femminili che terminano con “a”, ma poi non è sempre vero. Quando quei bambini mi chiedono: “Maestra, a cosa giochiamo oggi?”, mi sento utile e gratificata; perché, diciamocelo pure, il volontariato si fa per aiutare gli altri, ma anche un po’ per aiutare noi stessi, per cercare di aggiungere senso a una vita che a volte sembra perderlo.

Manuela